Di Alice Valentina Lacchini*

In psicologia la famiglia viene spesso descritta utilizzando la metafora del “porto sicuro”, un luogo protetto in cui rifugiarsi dalle intemperie del mondo esterno. Ma la realtà è molto più complessa: il conflitto, il disaccordo e le discussioni accese fanno parte della grammatica quotidiana delle relazioni umane e la convivenza familiare non fa eccezione. Non dobbiamo quindi spaventarci se in casa si litiga. Il problema non è il conflitto in sé, ma la sua qualità, la sua frequenza e, soprattutto, il modo in cui viene gestito davanti agli occhi di chi osserva in silenzio. (Oliviero Ferraris, 2015).

Quando in casa ci sono adolescenti, le pareti domestiche diventano una cassa di risonanza potentissima. L’adolescenza è per definizione un’età di transizione, un momento in cui ragazze e ragazzi stanno faticosamente ridefinendo la propria identità, oscillando tra il bisogno di indipendenza e il desiderio inconscio di protezione. Se in questa fase così delicata le fondamenta della casa – rappresentate dalla coppia dei genitori – tremano a causa di una conflittualità cronica e distruttiva, l’impatto sul benessere di figlie e figli può essere profondo.

Il “clima emotivo” della casa: lo spettatore invisibile

Nella stanza di terapia o durante un colloquio emerge spesso la convinzione da parte dei genitori che figlie e figli siano impermeabili alle loro discussioni, o che basti chiudere la porta della camera per isolarsi. La realtà clinica dice il contrario. Specialiste e specialisti denunciano da tempo i rischi di una cecità emotiva da parte delle persone adulte, che spesso scambiano il silenzio per tutela (Crepet, 2001).

Ragazze e ragazzi possiedono antenne emotive straordinariamente sensibili: intercettano ogni silenzio ostile, ogni sguardo di disprezzo e ogni frecciatina passivo-aggressiva scambiata tra i genitori.
Quando la casa diventa un’arena di conflitto cronico, viene meno quella fermezza e quell’autorità educativa di cui hanno un disperato bisogno per crescere. Questa continua esposizione alle liti dei genitori aumenta la loro fragilità psicologica, rubando lo spazio e la serenità necessari per imparare a camminare autonomamente nel mondo.

Non servono genitori perfetti che non discutono mai; servono persone adulte che sappiano mostrarsi umane, capaci di riconoscere i propri errori e di riparare. Quando il conflitto smette di essere un episodio isolato e diventa la normalità, si trasforma nel “clima emotivo” della casa.

I copioni della triangolazione: le trappole invisibili nei dialoghi di tutti i giorni

Il rischio più grande in queste dinamiche prende il nome di triangolazione.
Senza rendersene conto, intrappolati nel proprio dolore o nella propria rabbia, i genitori tendono a tirare la figlia o il figlio dentro la dinamica di coppia.
L’adolescente si ritrova così a ricoprire ruoli impropri:

  • Il messaggero: “Filippo, vai di là e di’ a tuo padre che se non mi dà i soldi per la tua gita scolastica, tu non parti. Sentiamo cosa ti risponde questa volta”. In questo modo, Filippo viene usato come scudo e gravato di una responsabilità economica e relazionale che non gli spetta.
  • L’arbitro: Durante una discussione a tavola sul tempo libero, un genitore si gira verso la figlia dicendo: “Chiara, dai, dillo anche tu a tua madre che esagera sempre e che è impossibile parlarci!”. Chiara viene costretta a fare da giudice, sapendo che qualunque risposta darà ferirà uno dei due genitori.
  • L’alleato o confidente: Un genitore che, sfogandosi in cucina con il figlio quindicenne, dice: “Tuo padre pensa solo al lavoro, mi ha lasciata sola anche oggi. Fortuna che ci sei tu che mi capisci”. Questo genera quello che in psicologia viene chiamato un conflitto di lealtà: amare un genitore significa tradire l’altro. Per non fare del male a nessuno dei due, l’adolescente finisce per fare del male a sé stesso.

Oltre la superficie: come l’adolescente esprime la sofferenza

Se la bambina o il bambino più piccolo usa il pianto per manifestare la sofferenza, con l’adolescente la decodifica si complica. Molti dei suoi comportamenti rischiano infatti di essere liquidati frettolosamente come “normali crisi di crescita”. Dobbiamo ricordare che il cervello dell’adolescente in questa fascia d’età attraversa una profonda ristrutturazione emotiva e neurologica; per integrarsi al meglio e svilupparsi senza traumi, ha un disperato bisogno di stabilità relazionale nell’ambiente domestico (Siegel, 2014).
Quando questa base sicura viene meno a causa delle liti continue, smette di parlare e inizia a esprimersi attraverso il corpo e le azioni:

  • L’isolamento e il ritiro sociale: l’adolescente sceglie di “scomparire”. Si rifugia nella propria stanza, si immerge per ore nei videogiochi o nei social media, tagliando i ponti con il mondo esterno. La stanza diventa l’unico luogo-rifugio dove non si sente il rumore del conflitto, un tentativo estremo di autoprotezione che nei casi più gravi può scivolare nel rifiuto scolastico.
  • L’ansia e lo stato di allerta: l’adolescente esposto a conflitti cronici vive nel timore costante di una nuova lite, sviluppando un’ansia anticipatoria invalidante. Questo malessere si manifesta attraverso una forte instabilità emotiva, difficoltà di concentrazione nello studio, pensieri negativi ripetitivi e paure irrazionali legate alla separazione dei genitori. La ragazza o il ragazzo può mostrare un bisogno ossessivo di controllare la situazione familiare o un’ansia paralizzante che blocca le normali attività quotidiane.
  • La rabbia assorbita ed esplosiva: in questo caso, l’adolescente assorbe la tensione e la restituisce all’esterno. Ha atteggiamenti fortemente provocatori, aggressivi a scuola o in casa, ingaggiando a sua volta liti furiose con docenti o coetanei. È il suo modo, spesso inconscio, di gridare che l’ambiente in cui vive è saturo di ostilità e che non sa più come contenerlo.
  • Il corpo che protesta e le relative somatizzazioni: quando le parole non riescono a esprimere il dolore, ci pensa il corpo. Cefalee croniche che si presentano regolarmente la domenica sera, gastriti, improvvisi disturbi del sonno o attacchi di panico prima di rientrare in casa sono spesso il tentativo del corpo di scaricare un livello di stress emotivo diventato intollerabile.

Tracciare nuovi confini: strategie di tenuta emotiva per genitori in difficoltà

Uscire da simili dinamiche è faticoso, poiché richiede un’onestà intellettuale che spetta alle persone adulte. Nella “famiglia degli affetti” contemporanea, ragazze e ragazzi non si orientano più attraverso la sottomissione alle regole, ma attraverso il legame affettivo (Pietropolli Charmet, 2000). Di conseguenza, l’obiettivo reale non può essere quello di cancellare le divergenze o recitare la parte della famiglia perfetta. Il compito prioritario delle figure parentali è imparare a sostenere il conflitto, tollerando il disaccordo senza far oscillare sulla testa delle figlie e dei figli la minaccia dell’abbandono o della rottura del legame. Mostrare che è possibile discutere restando unite e uniti costituisce la più grande testimonianza di tenuta emotiva da offrire durante una crisi familiare.

  • Preservare la co-genitorialità e la differenziazione dei legami: è fondamentale operare una netta scissione tra il legame di coppia e l’asse genitoriale. La relazione coniugale o sentimentale può andare incontro a una frattura, a una crisi o a una separazione definitiva; la funzione genitoriale, al contrario, resta un legame indissolubile e permanente. L’alleanza educativa e le decisioni strategiche riguardanti lo sviluppo, la salute e la formazione delle figlie e dei figli dovrebbero abitare uno spazio psicologico protetto e condiviso, impermeabile alle dinamiche distruttive del conflitto e bonificato dai rancori personali delle figure adulte.
  • Insegnare la grammatica del disaccordo: le figlie e i figli imparano a stare al mondo guardando come i genitori gestiscono le difficoltà. Mostrare che si può discutere anche animatamente, ma senza insultare, senza svalutare l’altro (evitando frasi come “Sei esattamente come tua madre” o “Tuo padre non capisce niente”) e, soprattutto, giungendo a una tregua o a un compromesso, è una delle più preziose lezioni di educazione emotiva che si possa dare.
    Rassicurare ed esonerare: sotto la corazza di indifferenza, durante l’adolescenza resta il bisogno profondo di sentirsi al sicuro e spesso emerge il senso di colpa per le liti dei genitori. Può essere importante di sentirsi dire, esplicitamente: “Questa è una questione tra me e papà/mamma. È una cosa da grandi, noi la risolveremo. Tu non c’entri nulla, non devi scegliere da che parte stare e noi siamo e saremo sempre qui per te”.

Chiedere aiuto quando serve

Rivolgersi a una professionista o a un professionista non significa aver fallito come genitori. Significa, al contrario, assumersi la responsabilità di mettere al centro della casa due bisogni primari: la tutela emotiva delle figlie e dei figli e la salute psicologica delle figure adulte, intesa come capacità di riconoscere e regolare i propri stati interni. Diventare genitori emotivamente regolati è il dono più grande che si possa fare a una figlia o a un figlio adolescente, l’unico modo per trasformare un momento di rottura in una risorsa evolutiva.

Per informazioni o per richiedere un primo colloquio: prometeo@spazioapertoservizi.org

Per approfondire; Charmet G.P., L’adolescente e il conflitto familiare (2000); Crepet P., Non siamo capaci di ascoltarli (2001); Oliverio Ferraris A., Dai figli non si divorzia (2015); Siegel D., La mente adolescente (2014).


* Psicologa e Psicoterapeuta psicodinamico transculturale, esperta di tutela di minori e sostegno alla genitorialità. Lavora con Spazio Aperto Servizi in progetti di tutela e cura delle relazioni familiari anche in contesti di vulnerabilità psico-sociale. Da ottobre 2024 collabora con il centro clinico Prometeo, dove offre percorsi terapeutici e di supporto per bambine e bambini, adolescenti, persone giovani adulte, adulte e genitori, integrando la specializzazione in Infant Observation.